La farmacista

Discussione iniziata da Ultima il 11-01-2021 - 10 messaggi - 377 Visite

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  • 1 Post By erik555
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #1

    Predefinito La farmacista

    Lafarmacista





    La caffettiera d'orzoaveva finito di fare il caffé: dal beccuccio, usciva un rivolo difumo.
    Le dimensioni dellacaffettiera erano più grandi di quelle usuali, e la prima cosa a cuiveniva da pensare, vedendo la mole, era che ci sarebbe voluto piùtempo per preparare il caffè... Purtroppo, in vendita non se netrovavano di altro tipo: per quanto avesse cercato anche in altrisupermercati, queste caffettiere erano sempre le stesse.
    La base era nera, mentreil corpo centrale giallo, di aspetto più tozzo rispetto alle altre;una volta aperto il coperchio, dentro si vedeva una specie di denteforato, da cui, probabilmente, sarebbe uscito il caffè una voltapronto. Il problema era che, a differenza delle altre, non eranopresenti varie dimensioni a seconda del consumo che se ne facevaltre al caffè in eccesso, il prezzo non era esattamente bilanciato(quasi venticinque euro per una caffettiera era un po' troppo).
    Ma non poteva farediversamente: da un po' di tempo aveva notato di non tollerare piùil caffè normale, donde il passaggio al caffè d'orzo. Le vecchieabitudini sono difficili da cambiare: nonostante avesse notato unamaro retrogusto in bocca, sperava che la cosa si risolvesse cercandodi bere meno caffè - o che magari l'orzo diminuisse questasensazione.
    Prese la caffettiera e siversò il caffè su una tazzina, dove prima aveva appoggiato un paiodi biscotti: li spezzò col cucchiaino e li spinse leggermente versoil fondo, fino a scomparire dalla superficie; l'odore del caffè erasimile al caffè ordinario, ed il biscotto ne addolciva il sapore.Finiti di mangiare gli altri biscotti, bevve quel poco di caffè cherimaneva ancora sul fondo.
    Poggiò il cucchiainonella tazzina e prese la caffettiera, insieme al piattino: svuotò ilrimanente del caffè che non aveva bevuto in una piccola pentola, epoi li lavò nel lavandino della cucina; una volta finito, riposetutto quanto nella credenza. Il caffè che non aveva preso quelgiorno aveva intenzione di berlo l'indomani, senza prepararnedell'altro: lo avrebbe riscaldato direttamente nella pentola. Guardòl'orologio: erano quasi le 08:00.
    Doveva prepararsi perandare a lavoro.
    Andò in camera ed aprìl'armadio: si tolse il pigiama e lo ripiegò sopra il letto. Sfioròrapidamente con le dita le stampelle e scelse i vestiti da indossare:quelli che aveva indossato fino a qualche giorno fa erano adasciugare fuori, al sole. Una volta terminato di vestirsi, andò inbagno: prese il pettine, e bagnatolo leggermente sotto l'acquacorrente, si riordinò i capelli. Passato il corridoio, aprì laporta del salotto: sul posacenere, come di consueto, aveva lasciatole chiavi della macchina; le prese ed uscì.
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #2

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    II°

    Il centro commerciale, praticamente un ipermercato, era alquanto imponente: oltre alla catena della Grande Distribuzione Organizzata, di rito in casi del genere, ospitava anche altri negozi, come un bar, una pizzeria, degli uffici, una merceria ed un parrucchiere, oltre alla farmacia, trasferitasi in quella sede da qualche centinaio di metri di distanza, e naturalmente anche un parcheggio.
    Prima di spegnere il motore, lasciò acceso il quadro, per vedere l'ora: erano le 08:45.
    Percorse un breve tragitto sul marciapiede: le mattonelle, la cui forma ricordava vagamente quella di una farfalla, si incastonavano le une accanto alle altre, fino a terminare con un blocco di cemento, delimitando il marciapiede dalla strada.
    Accanto c'era un grande vetrina ed una porta: in passato ricordava di avervi visto anche una moto, ma ora i vetri erano stati oscurati ricoprendoli con un qualche tipo di carta, e se prima era difficile capire cosa ospitassero quelle stanze, ora lo era anche di più.
    Dall'altra parte, c'erano dei tralicci della luce, di notevoli dimensioni: prestandovi attenzione, nelle giornate più umide, si poteva sentire il sibilo della corrente elettrica che attraversava i cavi. Sullo sfondo, una serie di palazzi di appartamenti copriva l'orizzonte: nonostante tutto, la zona era riuscita a mantenere un aspetto discretamente incolto; l'erba dei campi era ancora visibile, ed un casolare abbandonato, poco più in là, facevano chiaramente intendere cosa ci fosse stato fino a poco tempo prima. Ai piedi degli appartamenti, si poteva intravedere un giardino, nel complesso piacevole e curato.
    Nonostante avessero costruito molto, la zona non riusciva a brillare, facendo ancora fatica a farsi assimilare dalla città: il risultato era in qualche maniera dissonante.
    Lo stesso stabile del centro commerciale, per gran parte grigio, non contribuiva affatto alla resa estetica del posto: i muri sembravano di un materiale simile al cartongesso, rugosi, anch'essi grigi o rossi, e dal parcheggio s'incanalavano in corridoio esterno. Al suo interno si trovava la farmacia, ed alla fine, dove poi si apriva un grande spiazzo, la catena della Grande Distribuzione Organizzata.
    Si fermò davanti alla farmacia: sembra che non fosse ancora arrivato nessuno; l'orario di apertura erano le 09:00. Non c'erano clienti ad aspettare e le luci della farmacia erano tutte spente.
    Dietro di sé sentì dei passi che si avvicinavano.
    “Ciao Rebecca”
     
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #3

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    III°

    Dietro il bancone, Rebecca salutò cortesemente l'ultimo cliente, e distese il braccio fino a che il camice bianco non scoprì il maglioncino che portava, rendendo visibile il polso: aveva preso l'abitudine di portare un po' nascosto un orologio; in farmacia non ce ne erano, e chiedere sempre alle sue colleghe sarebbe risultato noioso (sembrava non aspettasse altro che l'ora di andarsene). Erano le 12:30...
    Aveva bisogno di un caffè: ma in farmacia non c'erano i distributori automatici, e d'altronde non avrebbero avuto il caffè d'orzo, senza poi considerare che non offrivano nulla che le gradisse. Pazienza: a casa, mentre preparava il pranzo, avrebbe preso un po' del caffè che aveva preparato la mattina.
    “Oggi è venuta parecchia gente”, disse una delle sue colleghe.
    “Sì, era davvero molta...”, rispose un'altra, che continuò: “Ho avuto un raffreddore fino a poco tempo fa... Sembra che non mi sia ancora passato del tutto: mi è venuto un po' di mal di testa, anche grazie all'aria chiusa. Come va, Rebecca? Ricordo che prima di ammalarmi anche tu avevi qualche sintomo influenzale: va tutto bene?”
    “Oh, sì, alla fine ho arginato il problema: ho preso un po' di miele e sono stata attenta a coprirmi di più, soprattutto il collo”, disse sfiorandosi il colletto del camice, “Per fortuna era solo un leggero fastidio: nulla di più; grazie per il pensiero”.
    Semmai, c'era qualcos'altro che non andava: era da un anno oramai, o quasi, ma c'era un ragazzo che la guardava. Ne era certa: cercava il contatto visivo con lei. Non lo conosceva di persona, sapeva solo che era il figlio di una delle clienti che talvolta venivano in farmacia, nulla di più. Alle volte non la cercava con lo sguardo, facendo finta di niente: si capiva perchè, quando si incrociavano, diventava nervoso oppure rigido; una persona davvero disinteressata non si comporta così. Dopo un po', aveva anche cominciato a pensare che, più che semplicemente guardarla, stesse tentando di comunicarle qualcosa: e visto il silenzio, non era facile capire cosa volesse dirle.
    Varie ipotesi le venivano in mente: non di meno la più probabile, per quanto assurda, era che... Rebecca le piacesse. Se davvero aveva qualcosa da dire, era meglio che lo dicesse apertamente... Ma non era possibile che le piacesse: insomma, lei aveva quarantanove anni, lui, a quello che si poteva capire dall'aspetto, venticinque, al massimo trenta; quasi il doppio dell'età, e Rebecca poteva essere sua madre (visto che una delle sue figlie, la maggiore, aveva ventisei anni).
    Certo, se le cose stavano così, si spiegava il perché, fino a quel momento, si limitasse ad uno scambio di sguardi: la palese differenza d'età un minimo di reticenza la poteva creare, e soprattutto poteva tirare in ballo mariti, compagni, figli ed altro; se Rebecca era una perfetta sconosciuta (come d'altronde lui lo era per lei), era comprensibile che non avesse proferito parola, vista l'oggettiva difficoltà di sapere queste cose. Ma ella comunque si rifiutava di accettare tutto ciò: ogni volta che le sfiorava il pensiero, gli sembrava di avere un delirio di vanità.
    Stando così le cose, qualsiasi fosse il motivo che spingeva il ragazzo a quel comportamento, solo lui poteva risolvere la questione, visto che l'aveva messa in piedi totalmente da solo... Non poteva negare che, in qualche modo, la cosa gli arrecasse un qualche disagio, ma fin'ora, visto che non aveva mai sentito il bisogno di andare apertamente da lui e dirgli cosa volesse da lei, era restia a farlo: andare da un perfetto sconosciuto e, praticamente, aggredirlo verbalmente? Certo, oramai la possibilità di un fraintendimento era infima, ma se davvero si fosse sbagliata? O se per paura avesse negato? E che dire dell'imbarazzo generale della situazione, sia per lei che per lui, davanti alle altre persone?
    C'era solo da vedere come evolveva la situazione. Comunque sia, erano le 12:40, ed era ora di andarsene per la pausa pranzo. Dopo aver salutato le colleghe, Rebecca si tolse il camice e si mise addosso la sciarpa e la giacca, uscendosene: attraversò il corridoio ed andò verso il parcheggio.
     
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #4

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    IV°-I

    In cucina, Rebecca prese il bollitore dove aveva riposto il caffè d'orzo in eccesso, lo mise su uno dei fornelli più piccoli, mentre prese una pentola per cuocere la pasta, ed una padella per cuocere la carne: e così sfumava l'intenzione di provare a bere meno caffè...
    Gurardò l'orologio: erano le 13:00 in punto.
    Aprì il frigo per prendere i pomodori: ne erano rimasti solo due. Non c'era molto altro: non considerando quella che aveva intenzione di cuocere, la carne era finita, e gli affettati anche, rimanevano solo i formaggi (ma aveva bisogno del parmigiano grattugiato); quella sera sarebbe dovuta andare a fare spesa.
    Mise i pomodori sopra un piattino e tirò fuori un coltello, spegnendo prima il bollitore del caffè e versandoselo nella tazzina che aveva preso dalla credenza, dopo averci messo dentro un cucchiaino.
    Agitò il fondo della tazzina, poi ne bevve un sorso: nonostante il sapore amarognolo, il calore del caffè le smorzava un po' la fame. Il tavolo della cucina era apparecchiato solo per una persona: la casa aveva anche un salotto, con un tavolo più grande, ma da quando la figlia maggiore aveva incominciato a lavorare, non pranzava più con lei, bensì a casa del fidanzato, che era più vicina al posto di lavoro; Rebecca l'aveva avvertita che un comportamento del genere, alla lunga, avrebbe infastidito i genitori di lui, ma le rispose che, quando sarebbe accaduto, se ne sarebbero preoccupati... Forse non aveva tutti i torti nel vederla così: quando glielo sentì dire, ebbe la sensazione che volesse intendendere che stava pensando, prima o poi, di andare a convivere col fidanzato; ed il comportamento era perfettamente logico se, magari, il fidanzato non era ancora del tutto convinto, e lei tentasse di forzare un po' la situazione generando dell'attrito coi genitori, cosìcche da favorire in lui maggiore volontà di separarsi da loro.
    Rebecca non aggiunse altro, e non affrontò più la questione con sua figlia: dopo tutto, era la sua vita, non aveva ragione di intromettersi, né poteva obiettare che il suo ragionamento fosse fondato.
    La figlia minore, invece, era andata a studiare fuori regione, e la distanza non rendeva economicamente vantaggioso il ritorno se non per il periodo di vacanza e preparazione degli esami, fra i semestri accadamici: le loro stanze erano rimaste vuote, così come, in generale, un po' tutta la casa. Col passare del tempo, Rebecca dovette ammettere che questa situazione aveva avuto su di lei un effetto imprevisto: il vedere la casa sostanzialmente vuota non gli dava un senso di solitudine, né gli spazi vuoti le incutevano timore; provava però un senso di pura e semplice assenza.
    Sarebbe sciocco negare che l'allontamento delle figlie (od il sostanzialmente tale) non avesse avuto anche consistenti lati positivi: entrambe, com'è nell'ordine delle cose, crescendo avevano cominciato a sviluppare personalità, quindi autonomia, e relativi interessi; ed è naturale che la maggiore maturità, la differenza d'età e di situazione in cui ciascuna di loro si trovava, portasse ad avere dei vantaggi e degli obiettivi diversi, senza poi considerare che, vista l'età delle figlie, la classica ubbidienza al genitore era sia poco sensata che praticamente impossibile da ottenere. Rebecca era conscia che tutto ciò generava inevitabili differenze nel comportamento, legate ai vantaggi ed agli svantaggi che ciascuna di loro aveva: il tempo della famiglia stava finendo, ed ogni tentativo di prolungarlo si sarebbe realizzato al costo di litigi continui ed autoritarismo.
    Per così dire, si stava incamminando per diventare nonna: una figura distante a cui tributare un affetto ed una considerazione per non irrilevante parte di sola e mera facciata.
    Non di meno, tutto ciò aveva avuto un effetto inaspettato, a cui Rebecca non aveva assolutamente pensato: ad essere onesti, credeva che avrebbe cominciato a sentirsi sola, ad aver paura degli spazi vuoti, specialmente di notte, quasi l'uomo nero si annidasse dietro ogni porta aperta o spazio buio, anche sulla base di quello che aveva sentito dire dalle sue amiche (che fosse ancora troppo presto?); invece, ciò non la preoccupava affatto.
    Semplicemente, la casa gli sembrava più grande: e non aveva idea del perché. Talvolta aveva avuto l'idea di comprare altro mobilio e nuovi oggetti per riempire gli spazi, ma buttare via dei mobili in buono stato era insensato, e non poco costoso: era andata a vedere in alcuni negozi; i prezzi erano troppo alti, senza considerare la qualità, alquanto discutibile, visto che per dei mobili in arte povera, di abete, il costo era già alto, costo il quale saliva ancora se si volevano prendere dei mobili in stile moderno, dove il materiale, ad occhio, era un listellare nobilitato (probabilmente un truciolare con una lamina nobilitante).
    In quest'ultimo caso, non aveva potuto fare a meno di vedere un'analogia col proprio settore: come i medicinali generici erano, nella maggioranza delle volte, uguali rispetto agli altri più blasonati di note marche ed industrie farmaceutiche, ma il prezzo era comunque inferiore, il consumatore non di meno era convinto che se il prezzo era inferiore la qualità del farmaco era a sua volta inferiore, così l'apprezzamento estetico che certe fasce di acquirenti potevano avere per un certo stile aveva fatto alzare il naso ai venditori, che aumentavano i prezzi convinti di avere facili guadagni ad attenderli. L'occasione, si sa, rende l'uomo ladro: e sembrerebbe che sia vero.
    A coronare il tutto, peraltro, la questione della consegna: il prezzo esposto non comprendeva il trasposto, a parte, ed in un caso addirittura dissero a Rebecca che il costo poteva variare a seconda che glielo portavano sotto casa oppure dentro; ciliegina sulla torta che l'aveva convinta ad abbandonare ogni ipotesi d'acquisto.
    Aveva pensato di chiudere alcune stanze a chiave, ma non ne vedeva il senso: per farle impolverare di più? E d'altronde le uniche stanze che aveva senso chiudere erano quelle delle figlie, ora assenti: la sua camera da letto, il bagno, la porta del salone, che divideva la zona giorno dalla zona notte, dovevano rimanere aperte, e d'altronde l'orario di lavoro la teneva per gran parte della giornata fuori casa, rendendo immotivato chiudere alcunchè (e chiudere le sole stanze delle figlie equivaleva a dar loro un messaggio che non voleva assolutamente dare).
    Nulla di ciò era una reale soluzione al problema.
     
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #5

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    (IV-II)

    Era chiaro che il senso di vuotezza percepita e di maggiori spazi disponibili dipendeva da cause psicologiche, non da un oggettivo discorso di mobilio o di immobili, ed era altrettanto chiaro che tutto questo era sorto dal momento in cui erano partite le figlie, perchè prima non era mai accaduto: ma per quale motivo? L'unica spiegazione che le veniva in mente...
    Dopo il divorzio dal marito, Rebecca aveva deciso di non risposarsi: il mantenimento ed il crescere le figlie le erano sembrati un obiettivo ed una necessità, implicanti un lungo periodo di tempo e niente affatto esenti da rischi od imprevisti. Riteneva che tutto questo la impegnasse già in maniera considerevole, ed aggiungendo il lavoro in farmacia, ce n'era abbastanza per non volere altra carne al fuoco: nel complesso, ora che questo periodo grosso modo stava per concludersi, poteva dire di aver visto sicuramente nel giusto per molte cose.
    Il crescere le figlie, sia a livello economico che umano, anche col sussidio e la vicinanza del padre, con cui era rimasta in sostanziali buoni rapporti, non era stato facile, ed il lavoro aveva aggiunto ulteriori impegni alla questione: di tempo, per una vita sentimentale, ce ne poteva anche essere (non moltissimo, a dir del vero), ma davvero poco spazio c'era per ulteriori impegni – e sì, una relazione sentimentale degna di questo nome è un impegno, c'è poco da girarci intorno. Anche in questo caso, aveva avuto alcune conferme: quei pochi che avevano dimostrato interesse sentimentale nei suoi confronti, o per cui lei aveva dimostrato interesse, all'argomento figlie si dimostravano restii a proseguire il rapporto, o comunque, quelle sparute volte che un minimo di rapporto si era instaurato, dopo pochi mesi si era arrivati ad un rapporto di solo sesso.
    La cosa non le interessava, ma non intendeva criticare quegli uomini: era più che disposta ad ammettere che, per così dire, sembrava di assistere ad una sorta di evoluzione spontanea. Dopo un iniziale momento di reciproca conoscenza, seguito da un certo interesse reciproco, gli impegni di lavoro e quant'altro facevano giungere il rapporto ad un livello di solo sesso o poco più: Rebecca era persino disposta ad ammettere che anche col marito, fosse continuata la relazione, si sarebbe arrivati ad un livello del genere; similmente, aveva capito che aveva poco senso incolpare univocamente i suoi partners di ciò. Anche a lei accadevano le stesse cose, quasi impercettibilmente. Il lavoro, le figlie, lo stress, la stanchezza, il poco tempo dispobile: quando si incontravano, non aveva voglia di affrontare una vita relazionale, ma semplicemente di svagarsi, divertirsi e ricaricarsi un po', ed il sesso, ben più che semplice piacere, era tutto ciò messo insieme.
    Ma tutto questo non le interessava: e non appena si rendeva conto che si era arrivati a questo punto, poco conta se per propria od altrui causa, troncava il rapporto - ad essere sinceri, Rebecca non ricordava nessuno dei suoi precedenti compagni che avesse mai posto particolari obiezioni; non si riferiva a implorazioni strappalacrime, il cui compito era sostanzialmente soddisfare il proprio ego o sanzionare il proprio peso nel rapporto, ma semplicemente chiedere una spiegazione del perchè si lasciassero; difficile dire se era già pronta la sostituta, ma quel che gli sembrava almeno certo era che il loro rapporto non avesse poi così tanto peso, ai loro occhi.
    In tutto questo, però, c'era una cosa che non aveva potuto immaginare accadesse: ovvero il peso che il crescere le figlie avrebbe avuto nel dare non tanto un senso alla sua vita, ma bensì un valore a sé stessa.
    Nonostante gli studi, intrapresi per interesse nell'ambito, e lo sbocco lavorativo coerente con quanto aveva studiato, il suo lavoro di farmacista non riusciva a soddisfare il bisogno che aveva di dimostrare di valere qualcosa: in altre parole, da molto tempo, nel suo lavoro, Rebecca aveva capito che aveva un peso molto limitato, e quindi non sufficiente a poter affermare che era lei a fare la differenza per come andavano le cose.
    Non era certamente la sola a lavorare nella farmacia, c'erano anche le sue colleghe, e ben sapeva quanto loro avessero un peso nell'andamento generale delle cose: paradossalmente, lo aveva capito quando le sue colleghe sbagliavano o non svolgevano adeguatamente le loro mansioni, visto che si ritrovava molto ostacolata nello svolgimento delle proprie (e, per analogia, era portata a ritenere che lo stesso accadesse alle sue colleghe, colle inevitabili imprecisioni e sbagli che anche lei aveva); infondo, la buona riuscita della propria mansione era dipendente in parte dai propri sforzi, senza dubbio, ma anche dalla rimozione degli ostacoli possibili che le sue colleghe mettevano in atto per lei. Ed a vederla più in generale, l'andamento economico dell'attività, per larga parte, non era nelle sue mani: rapporti coi fornitori, reperimento dei clienti, delibere nazionali che liberalizzavano fasce di medicinali oppure le restringevano, erano tutti chiari esempi di come il suo peso, e non solo il suo, era sostanzialmente irrilevante nell'andamento delle cose.
    Dopo alcuni anni, Rebecca si era semplicemente resa conto che il suo lavoro non le dava abbastanza potere: e, in maniera per lei inaspettata, trovò molto maggior potere nel crescere le figlie. Se fosse stata una buona madre, non stava a lei deciderlo: qualsiasi cosa avesse detto, sarebbe sembrata un'autoassoluzione, anche ammettendo di essere stata una pessima madre (quale senso avrebbe dire di essere una pessima madre, e poi non fare nulla per cambiare?); le uniche persone che potevano saperlo erano le figlie, ed in misura inferiore, l'ex marito.
    Ma il crescere le figlie si era rivelato un compito in cui il suo potere era maggiore: più che nel lavoro, dove ben poco era il suo peso nel far sì che le cose fossero migliori o peggiori di come fossero (fermo restando, per ovvi interessi personali, l'evitare di peggiorare le cose mettendoci del proprio), crescere le figlie si era inaspettatamente rivelato un ambito in cui era almeno in parte più sensato poter dire che per causa sua erano cresciute bene oppure male.
    Solo ora si era resa conto di ciò.
    Rebecca sospirò, e rimase per un attimo in silenzio, le posate ed il tovagliolo di lato al piatto, con gli acini d'uva tra le dita: guardò l'orologio. Erano le 13:45.
    Doveva ritornare a lavoro all'incirca verso le 14:00.
     
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #6

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    Una volta spenta l'illuminazione all'interno del negozio, l'unica fonte di luce erano le lampade al neon del corridoio del centro commerciale, la cui luce entrava parzialmente dalla porta a vetri e dalla vetrina della farmacia: andandosene, Rebecca chiuse a chiave la porta. La stagione stava cambiando: nonostante al mattino era ancora abbastanza caldo, di sera il freddo incominciava a farsi sentire. Il supermercato era aperto, e dalle vetrate si intravedeva una fila alle casse di una certa consistenza: si incamminò verso la macchina, quando d'un tratto si fermò, ricordandosi che a casa il frigorifero era praticamente vuoto. Si voltò verso le vetrine del supermercato: se anche fosse riuscita a preparare la cena, per il giorno successivo non avrebbe avuto niente da mangiare. Scrollò le spalle, e ritornò sui suoi passi, andando verso il supermercato.
    Con suo stupore, avviatasi alle casse una volta finito di fare la spesa, le trovò praticamente vuote: il carrellino portatile era abbastanza pieno; che ci avesse messo più tempo del previsto? Sospirò, e si portò una mano sulla fronte.
    Una volta finito di pagare, mise tutto nella borsa della spesa ed uscì, sentendo l'annuncio che il supermercato avrebbe chiuso tra circa mezz'ora: di fuori, era sera inoltrata, e solo le luci fredde dei neon illuminavano il corridoio dove si trovava la farmacia. A metà strada, notò che il ragazzo che la osservava sempre stava andando anche lui verso il supermercato, con una busta vuota in mano: in questa occasione non la ignorò, e la guardò negli occhi. Rebecca non riuscì a nascondere un certo disagio in volto: davvero non sapeva che cosa pensare.
    Poco dopo, sentì che una persona stava chiamando qualcuno.
    Rebecca si voltò: vide che il ragazzo si era fermato, e guardava verso di lei, leggermente teso.
    Per un attimo rimasero in silenzio: nel suo sguardo poteva scorgere quello che sempre aveva visto sino ad allora; non di meno, gli sembrava che i suoi occhi avessero un velo di frustrazione, che di solito non avevano.
    “Dottoressa...”, riprese il ragazzo.
    Le parole gli si chiusero in gola.
     
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    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #7

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    VI°

    Rebecca spense la televisione: era da un po' che non prestava più attenzione al programma televisivo, e sinceramente incominciava a sentirsi stanca. Dovette fare un piccolo sforzo per alzarsi: era tentata di rimanere lì, cogli occhi chiusi, e rilassarsi un po', in silenzio, ma sapeva che, alla fine, si sarebbe addormentata sul divano, e davvero non ne valeva la pena, visto che poi il freddo l'avrebbe fatta risvegliare e sarebbe dovuta trascinarsi a letto, assonnata nel buio.
    Aperta la porta della sua camera, le coperte e le lenzuola erano composte ed in ordine (le rifaceva ogni giorno, prima di andare a lavoro): le sollevò, prendendo il pigiama da sotto il cuscino. Una volta cambiatasi, si mise a letto.
    “Un senso di perdita e dimenticanza; una malinconia nostalgica; la fronde degli alberi scosse dal vento, dove la luce filtra ogni volta diversa. Dignità, grazia, stile”, le disse il ragazzo.
    Rebecca rimase confusa dalle sue parole: non riusciva a capire a che cosa si riferisse.
    “Ho cercato fino ad ora le parole giuste per farle sentire quello che provo: ma ho capito che quelle parole non esistono”.
    Il ragazzo tacque per un istante: i loro occhi si incrociarono, abbassando lo sguardo poco dopo.
    “Potrei spiegarle la situazione, anche dettagliatamente, ma... - E' irrilevante, perchè non è quello che realmente vorrei dirle.”
    Tacque di nuovo: i suoi occhi brillavano lucidi, pieni di imbarazzo.
    “Quel che ha visto, quel che ha provato, quel che ha sentito... Noia? Imbarazzo? Curiosità? Sono sue, e soltanto sue”.
    Il ragazzo non disse altro: si limitò a guardare Rebecca negli occhi. Il suo sguardo, che pure le era rivolto, sembrava senza orizzonte.
    Non seppe cosa rispondergli: quale ne fosse il motivo, le sue parole la colsero di sorpresa.
    Preso com'era dalla situazione e dalla pressione, il ragazzo si era completamente dimenticato di presentarsi: era sincero, glielo si leggeva in volto – talmente tanto da essersi dimenticato che erano due perfetti sconosciuti, e che qualche informazione in più sarebbe stata utile.
    E nonostante la sincerità, le sue parole erano state abbastanza criptiche: sembravano i tratti visibili di una corrente sommersa...
    Molte volte le donne si lamentano di come gli uomini, dichiarandosi, riescano a mettere sul piatto ben poco più del classico “Mi piaci”, sostituito dal “Ti amo” in caso di frequentazione più duratura: c'è da aspettarsi che, anche venissero accontentate, sarebbero in grado di lamentarsi comunque; Rebecca non potè fare a meno di ridere di sé.
    Cosa poteva rispondergli?
    Da quando si era resa conto che il ragazzo la osservava, cosa aveva provato?
    Noia, imbarazzo, curiosità, come le aveva suggerito? La gratificazione della propria vanità, nell'aver attratto una persona molto più giovane di sè? Non lo sapeva.
    Nonostante tutto, Rebecca invidiava il ragazzo: sembrava avere una notevole percezione di quel che sentiva, cosa che lei non aveva; si era fatta trascinare dalla corrente, e solo ora che era arrivata al mare si era resa conto della situazione.
    Ma quale motivo aveva per opporsi alla corrente? E dove l'avrebbe portata?
    Quella notte sognò le sue figlie: ma non riuscì a ricordarne gli eventi.
     
  8. erik555 erik555 è offline BannedMessaggi 6,086 Membro dal Oct 2012
    Località una grande città in mezzo alla pianura
    #8

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    Mi lascia un po’ perplesso...qualcosa di buono c’é, c’e un piccolissimo nucleo narrativo reso discretamente : una donna sola e malinconica che vive un’esistenza noiosa scandita da gesti banali fino all’incontro con il giovane uomo.
    Le descrizioni minuziose potrebbero essere funzionali all’inizio per descrivere l’esistenza “piatta” e noiosa 😑 della protagonista, successivamente “soffocano” il racconto là dove invece dovrebbe emergere l’incontro fra i due, la collisione significativa che darebbe finalmente vita al racconto e colorire finalmente di un po’ di emozioni la vita della farmacista.
    In questa insistenza descrittiva e in alcuni costrutti si avverte l’eco di certa narrativa attuale, inevitabile che un lettore introietti i suoi autori e libri preferiti e li travasi in ciò che scrive, l’antidoto è variare sempre il menu e acquisire maggiore controllo sulla scrittura, ma ciò avverrà con il tempo e l’esperienza
    La stoffa è discreta, è corretto “costruire” con la sequenza dei fatti l’ambiente e i personaggi e dare forma alla vicenda, tuttavia la luuuunghissima premessa e troppe digressioni prende troppo spazi a sfavore di azione e dialogo che invece andrebbero resi con altrettanta cura e pesare altrettanto nell’economia del racconto.
    Dovresti intervenire carverianamente sfoltendo le descrizioni e le digressioni perché se ha un senso descrivere il centro commerciale facendone risaltare squallore e anonimità o una vetrina oscurata che dia il senso della crisi e del rapido decadere delle situazioni....ha meno senso citare Grande distribuzione organizzata o un elettrodotto ( e non i pali della luce) dai conduttori ronzanti o giustificare il possesso di un orologio da polso , quando da trent’anni si può leggere l’ora da un telefonino o, in un negozio, dal distributore di cassa.
    numerali e orari sono la dannazione dei principianti...stavo per esultare quando hai scritto quarantanove o ventisei anni in lettere,,,è più letterario e gradevole “nove meno un quarto” “quasi le due” o nel primo pomeriggio
    Comunque un discreto esordio, continua così! 😁
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  9. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #9

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    Citazione Originariamente Scritto da erik555 Visualizza Messaggio
    Mi lascia un po’ perplesso...qualcosa di buono c’é, c’e un piccolissimo nucleo narrativo reso discretamente : una donna sola e malinconica che vive un’esistenza noiosa scandita da gesti banali fino all’incontro con il giovane uomo.
    Le descrizioni minuziose potrebbero essere funzionali all’inizio per descrivere l’esistenza “piatta” e noiosa 😑 della protagonista, successivamente “soffocano” il racconto là dove invece dovrebbe emergere l’incontro fra i due, la collisione significativa che darebbe finalmente vita al racconto e colorire finalmente di un po’ di emozioni la vita della farmacista.
    In questa insistenza descrittiva e in alcuni costrutti si avverte l’eco di certa narrativa attuale, inevitabile che un lettore introietti i suoi autori e libri preferiti e li travasi in ciò che scrive, l’antidoto è variare sempre il menu e acquisire maggiore controllo sulla scrittura, ma ciò avverrà con il tempo e l’esperienza
    La stoffa è discreta, è corretto “costruire” con la sequenza dei fatti l’ambiente e i personaggi e dare forma alla vicenda, tuttavia la luuuunghissima premessa e troppe digressioni prende troppo spazi a sfavore di azione e dialogo che invece andrebbero resi con altrettanta cura e pesare altrettanto nell’economia del racconto.
    Dovresti intervenire carverianamente sfoltendo le descrizioni e le digressioni perché se ha un senso descrivere il centro commerciale facendone risaltare squallore e anonimità o una vetrina oscurata che dia il senso della crisi e del rapido decadere delle situazioni....ha meno senso citare Grande distribuzione organizzata o un elettrodotto ( e non i pali della luce) dai conduttori ronzanti o giustificare il possesso di un orologio da polso , quando da trent’anni si può leggere l’ora da un telefonino o, in un negozio, dal distributore di cassa.
    numerali e orari sono la dannazione dei principianti...stavo per esultare quando hai scritto quarantanove o ventisei anni in lettere,,,è più letterario e gradevole “nove meno un quarto” “quasi le due” o nel primo pomeriggio
    Comunque un discreto esordio, continua così! 😁
    Ciao Erik, scusa la risposta,

    Scusa per il ritardo nella risposta. La dimenticanza, ed altri interessi mi hanno fatto dimenticare di risponderti.
    Giustamente noti che il racconto ruota attorno ad un nucleo narrativo narrativamente minuscolo, mentre è centrale invece il “contesto” non narrativo, non di trama intendo. Similmente, noti gli influssi di cui, hai ragione, risento. Partirò da quest'ultimo aspetto.

    A livello di influssi propriamente letterari (fiction), c'è De Roberto dai Vicerè e dall'Impero, in misura inferiore Proust.
    Ma ci sono anche influssi letterari non fiction: idealmente, Tucidide, uno storico greco, per quanto riguarda una generale visione del mondo e l'intento (chiaramente, il mettere a nudo un processo, o nel caso di sopra, una situazione).
    Sempre di natura non fiction, tanta filosofia: principalmente, studio quella, e si sente, mi dirai.

    Ci sono anche altre influenze: fumetti, videogiochi ed in misura inferiore, films. E qui capirai da dove realmente emergono le descrizioni: c'è l'influenza di una fonte di natura visiva, che rende chiaro dove sta il problema. Prova a pensare un fumetto, un videogioco o un film dove viene rappresentata una delle lunge scene minutamente descrittive di sopra: tutto sarebbe diverso, no?

    Purtroppo, però, questo è un problema: la letteratura scritta non potrà mai raggiungere i livelli di una forma espressiva con un supporto visuale forte come quello di un fumetto, un film od un videogioco, e come giustamente dici, si nota quando si prova a farlo, come ho fatto io.

    La questione della trama minuscola e del contesto gigantesco... E' un discorso delicato.

    In linea di principio, hai ragione tu: alla base di qualsiasi racconto, romanzo ecc, c'è la trama. Un ovvietà, mi dirai, ma non è per niente così: da un punto di vista critico, come si spiega la nascita, e la progressiva centralità, prima del discorso indiretto libero nell'800 (qui sopra ne vedi esempi a palate, chiaramente l'influenza di De Roberto), e poi del flusso di coscienza nel '900 (anche questo presente nel racconto, ma assimilato al discorso indiretto libero, senza quindi nessuna concessione all'illegibilità del testo)?

    In maniera oscura, la letteratura degli ultimi due secoli sta tentando di concentrarsi non sulla trama, ma appunto sul “contesto narrativo”: per capirci, conosci Dark Souls (discorso della Trama e Lore)? Sono praticamente due secoli che tentiamo di fare Dark Souls nella letteratura – ma Dark Souls è un videogioco, è questo il problema.

    E' stato possibile creare un videogioco in cui la trama sia resa secondaria e non centrale, mentre il contesto narrativo è centrale ed onnipotente: ma appunto perchè si tratta di un videogioco, non di un romanzo, racconto ecc.

    A tal proposito, bisogna tenere a mente quello che diceva Lovecraft, che come Poe, più che grandi scrittori sono stati grandissimi critici letterari: Lovecraft una volta parlò dell'influenza dei sogni sulla letteratura, nel senso di rendere un sogno in un racconto, romanzo ecc. Disse che il problema più grosso era proprio relativo alla trama: i sogni, la stragrande maggioranza dei casi, non hanno una trama, si reggono insieme, principalmente su una sorta di contesto narrativo, per quanto, magari, occasionalmente possano capitare casi in cui la trama è più accentuata, e quindi adatti allo scopo).

    Non aggiungerò altro, a livello di critica letteraria, ma continuerò in rapporto al racconto: come immaginerai, non è un caso che ho scelto in questo caso la minimizzazione della trama a favore del contesto: è una scelta funzionale a passare un messaggio di ineluttabilità, e sostanziale inermità. Una sorta di “i giochi sono fatti” e, appunto, la corrente che raggiunge il mare.

    Riguardo al problema della “svolta” nella vita della protagonista... Vale la pena spendere due parole sulla questione, perchè un discorso interessante.

    Sai Erik, il racconto è tratto da una mia esperienza personale.

    Quasi quattro anni fa, entrai in una farmacia, per prendere delle mie medicine per mia madre. Un gesto che ciascuno di noi ha fatto infinite volte. Non di meno, in quel caso è successo qualcosa di completamente imprevedibile. Fra le farmaciste che erano davanti al bancone a servire i clienti, una mi lascia completamente senza parole. Ricordo ancora il senso di sgomento e confusione che ho provato (e che provo a tutt'ora) quando l'ho vista la prima volta: si tratta di una donna che, ad occhio, ha una ventina di anni più di me.

    Questo ti farà capire perchè il racconto non segue la via della “debanalizzazione” della vita della protagonista: è l'influenza dell'esperienza personale. Nella vita reale, come nel mio caso, anche se i sentimenti sono genuini (cosa c'è di più genuino di un colpo di fulmine? Chiaramente Erik, si tratta di amore a prima vista... E ci ho messo quasi tre anni per capirlo), non è questo che accade. Intendo dire, Erik, che, come puoi immaginare, non c'è nessuna debanalizzazione che può emergere da una situazione del genere – né io, d'altronde, posso avere interesse a vedere quello che provo per lei come una sorta di fuga dalla routine quotidiana.

    Ora, a livello letterario, questo, come hai fatto notare, genera un problema.

    Lato positivo: il racconto, come in tanti casi del genere, non fa leva sul bisogno più o meno inconscio di evadere dalla routine quotidiana, del batticuore di sentimentalismo che il lettore potrebbe provare. E come potrebbe d'altronde, se c'è un esperienza personale dietro? Come puoi immaginare, Erik, io non vivo quello che sento per questa signora (non so se è sposata, ma per certo so che ha almeno una figlia, ad occhio, di circa 11 o 15 anni: dico questo perchè l'ho vista) come un evasione.

    Lato negativo: in unione alla scelta di dare più peso al contesto che alla trama, come noti tu, il racconto da un senso di... Incompiutezza? Stranezza? Insomma, sembra mancare qualcosa, o comunque, sembra che il racconto sia squilibrato. E probabilmente lo è davvero.

    Insomma Erik, come vedi abbiamo a che fare con un interessante caso di vita vissuta che, non solo letterariamente parlando desta un limitato interesse, ma che, sempre letterariamente parlando, squilibra il racconto. Un problema molto interessante per qualsiasi scrittore, che sia alle prime armi, come me, ma anche esperto: la vita e gli eventi hanno un evolvere che, letterariamente parlando, non rade volte non destano l'attenzione del lettore, oppure squilibra l'architettura dello scritto, come puoi vedere in questo caso.

    Scusa la pontificazione. Ho un po' scritto di getto.
     
  10. erik555 erik555 è offline BannedMessaggi 6,086 Membro dal Oct 2012
    Località una grande città in mezzo alla pianura
    #10

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    Il fatto è che io ho appreso a leggere e da solo in tempi in cui la tv cominciava nel tardo pomeriggio e per quanto riguarda i videogiochi a parte forse Flight Simulator non credo di averne considerati e giocati altri.
    La scrittura invece ha il compito di evocare, ma è evidente che per fare ciò debba trovare nell’individuo qualcosa di più concreto in termini di esperienza del riflesso dei pixels, insomma un “prerequisito” indispensabile che oggi sembra mancare.

    Posso invece comprendere come dagli anni novanta a questa parte la realtà e la cronaca abbiano sopraffatto crudelmente l’immaginario collettivo e potrei comprendere che chi si accinga a scrivere oggi soffra ( e soffrirà ancora di più dopo la conclusione ancora lontana della pandemia ) di una specie di PTSD “congenita” che rallenti e indolenzisca la mano che regge la penna o le dita sulla tastiera.
    Sono d’accordo sul fatto che non ci sia rimasto molto da scrivere e ancora meno da evocare.