Frammenti

Discussione iniziata da Ultima il 11-01-2021 - 8 messaggi - 236 Visite

Like Tree2Likes
  • 1 Post By Ultima
  • 1 Post By erik555
  1. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #1

    Predefinito Frammenti

    Frammenti





    Quella mattina, il sibilodel vento gli ricordò l'infanzia: era nel letto, sotto le coperte,al caldo, mentre fuori il vento soffiava impetuoso, e come alloraebbe una sensazione che univa insieme il freddo della mattina, ilcalore di casa, e la paura che il vento sfondasse le finestre.
    Il tepore che la notteaveva portato dava un senso di protezione: d'inverno, alzarsi dalletto gli era sempre costituito uno sforzo. Le lenzuola di flanellasfioravano la nuda pelle delle mani e dei piedi, donando unasensazione molto gradevole: più delle normali lenzuola, fredde altatto ed uniformemente inerti sulla pelle, avevano un leggero toccouniforme, avvolgendo tutto il corpo.
    Poche cose sonogratificanti come il riposo nel periodo invernale: durante la notteil sonno cede il passo al letargo, e risvegliandosi sembra di esseredavanti alla proria terra natale ricoperta di neve, irriconoscibileai nostri occhi. Forse questo è il fascino profondo di quei piccolisouvenir delle località alpine, con una sfera contenente un edificioricoperto di polvere lucente, simile alla neve: non il ricordo diqualcosa di perduto, e non tanto un adulatorio sentimentalismo, ma lostupore e la meraviglia di vedere irriconoscibile ciò a cui siamopiù abituati, che mai avremmo pensato potesse donarci altresorprese.
    Nella maturità, stuporee meraviglia non recano un senso di esaltazione o felicità, fuoridalla monotonia e dalla ripetitività quotidiana: quando il familiarediventa irriconoscibile, un adulto ha perso quelle certezze che lostavano guidando.
    Solo un bambino reagiscecon stupore e meraviglia davanti all'ordinario divenuto ignoto: piùo meno inconsciamente, una volta sopraggiunta la maturità, davanti aquei souvenir si percepisce di aver perso definitivamente qualcosa,che non ritroveremo mai più.
    Fuori sentì il rintoccodelle campane indicare l'ora: per sicurezza, ne contò il numero ondeevitare di sbagliarsi, com'era già accaduto in passato. La campanasuonò sette volte: era ora di alzarsi.
    erik555 likes this.


     
  2. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #2

    Predefinito

    II°

    Quella mattina doveva sbrigare un compito alquanto noioso: prendere un attestato che avrebbe permesso la partecipazione ad un concorso statale. Era il secondo viaggio che aveva dovuto fare: in quello precedente si era limitato, un po' goffamente a dire il vero, a presentare solamente la domanda.
    Nell'altra occasione, giunse alle Otto davanti all'ufficio d'Ateneo: era aperto, ma avrebbe iniziato il servizio al pubblico alle Dieci. Per sua fortuna, le impiegate ebbero pietà e rassegnazione di lui: si era informato in un Ufficio Scolatisco Provinciale, a voce e per telefono, su quello che doveva fare; gli pareva di aver capito che dovesse semplicemente recarsi nell'ufficio, e chiedere il rilascio dell'attestato. Come sempre, le cose non sono mai così semplici.
    Le impiegate gli fecero notare che, prima del rilascio dell'attestato, avrebbe dovuto presentare istanza per il medesimo, indicando quali esami sarebbero valsi per abilitarsi al concorso: gli fu chiesto proprio questo modello, che ovviamente non aveva. Per quanto tediate, almeno non lo rimandarono a casa senza aver combinato nulla (a settanta chilometri di distanza, dopo una sveglia alle Cinque e Mezzo, ed aver speso quasi dieci euro per essere lì quel giorno): con la dovuta calma, tutto sommato comprensibile, visto che non era orario di apertura al pubblico, gli stamparono il modello per l'istanza, e gli diedero una penna per poterlo compilare.
    Con un minimo di lungimiranza (purtroppo in questi casi mai sufficiente), si era portato la certificazione degli esami sostenuti in entrambi i corsi di laurea, triennale e specialistica: compilò il modulo, ricopiando gli esami sostenuti, e lo consegnò alle impiegate, nonostante tutto ringraziandole copiosamente.
    Per tutta risposta, gli fu detto che avrebbe dovuto aspettare un mese prima che il verdetto fosse emesso, e sarebbe dovuto venire personalmente in un altro ufficio per il rilascio dell'ambito attestato.
    Quel mese era trascorso.
    Era per lo meno sicuro di non fare una gita fuori porta: le impiegate gli avevano comunicato un giorno orientativo in cui guardare sul sito dell'Ateneo; con un certo nervosismo, il giorno successivo trovò la lista aggiornata ed il suo nominativo presente. In questo caso, prese le cose con calma e partì con un treno delle Otto e Mezzo: più per calcolo, che per svogliatezza. L'orario di apertura di quell'ufficio erano le Dieci, quindi svegliarsi anche in quel caso alle Cinque e Mezzo per prendere il treno delle Sei e Mezzo, ed essere lì alle Otto, era inutile: senza poi considerare che, anche lo avesse fatto, avrebbe dovuto chiedere di nuovo un piacere, come già accaduto in precedenza.
    Non è facile capire quanto un piacere non sia un atto così semplice ed unilaterale: alcuni passano la propria vita a chiedere “piaceri” (termine di sottobanco per intedere eccezioni alle regole di natura totalmente individuale a proprio favore), li ottengono e, se non apertamente, almeno fra sé medesimi, se ne vantano, perchè sono indice di peso, potere ed importanza, visto cosa realmente è un piacere.
    Ma chiedere un piacere ad una persona che non si conosce, senza una posizione sociale ed economica, senza altri “favori” od altro per ricambiare (idea che può rivelarsi pessima in questi casi: un istintivo bisogno di compensazione viene inteso come un tentativo di corruzione – naturalmente, nell'altro caso, di corruzione, piccola o grande, sempre si parla), è molto semplicemente elemosinare, affidandosi al “buon cuore” della gente, ovvero alla propria capacità di impietosire gli altri, facendosi passare per la povera piccola fiammiferaia di turno.
    E come la piccola fiammiferaia era morta di freddo, riscaldata solo dalle proprie illusioni, lo sfortunato che si trovi, volente o nolente, in queste condizioni, è qualcuno con cui si vuole avere il meno possibile a che fare.
     
  3. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #3

    Predefinito

    III°

    Come la volta precedente, gli aspettava un viaggio in autobus di circa un'ora e mezzo: la tratta ferroviaria regionale era in riparazione... Da circa cinque anni, ed era stata sostituita temporaneamente da un servizio bus; c'era da credere che anche i controllori di viaggio ridessero della situazione. Tuttavia la cosa non gli creava particolari problemi.
    Aveva effettuato il viaggio sia in treno che in autobus, finendo per preferire il bus, principalmente per il paesaggio, molto più gradevole: senza volerlo, percorrendo i settanta chilometri che separavano le due città, si finiva per fare un piccolo viaggio all'interno della regione, mentre i binari, purtroppo, ancoravano il treno in un paesaggio fin troppo ferroviario.
    Aveva piovuto per molti giorni: non c'era da stupirsi che si era alzata la nebbia, quasi invadendo lo spazio e reclamandolo a sé. In effetti, molta parte del viaggio fu un vagabondare nella nebbia: l'ambiente circostante emergeva man mano che il bus si muoveva: alberi, case e persino la strada stessa, all'incirca dopo una quindicina di metri venivano avvolti dalla nebbia.
    Se la sicurezza del viaggio non era in questione, l'effetto psicologico per chi prestava un minimo di attenzione al paesaggio era assicurato: sembrava di essere sperduti chi sa dove, ed a muoversi, più che l'autobus, sembrava l'orizzonte stesso.
    Veniva spontaneo chiedersi perchè si fosse dove ci si trovava: nel suo caso, sinceramente delle domande c'era da porsele. Tralasciando il fatto che l'Ateneo costringeva a recarsi di persona all'ufficio per ritirare l'attestato, quasi Internet fosse un invenzione da scoprire e completamente futuribile (persino quando era così, alla presentazione dell'istanza per il rilascio dell'attestato si sarebbe fatto pagare per l'invio a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno!), e soprassedendo sul fatto che ci era voluto un mese per produrre l'attestato, quando tutto ciò che serviva era controllare che il numero degli esami per ambito fosse concorde con le richieste ministeriali, egli non poteva che questionare cosa stava facendo.
    Ammesso e non concesso di riuscire a vincere il concorso, quello che avrebbe ottenuto era... Un abilitazione, non un posto di lavoro vero e proprio: se questo poteva facilitare le cose, perché non essendoci alcun posto in ballo, non c'era selezione necessaria, e quindi teoricamente tutti potevano vincere il concorso, l'unica cosa che avrebbe realmente ottenuto era l'iscrizione ad una fascia di priorità più alta rispetto a chi era in possesso della sola laurea, il che voleva dire, senza girarci troppo intorno, vincere un po' di precariato.
    La situazione però non era così catastrofica, almeno sulla base delle informazioni che aveva raccolto: delle tre fasce di priorità esistenti per l'ottenimento del posto, la prima era praticamente in esaurimento, la seconda era quella degli abilitati, e la terza di chi era in possesso della semplice laurea. Ed essere nella terza fascia equivaleva ad aspettare la manna dal cielo: certo, sua cugina insegnava da quasi due anni senza interruzioni proprio dalla terza fascia, ma bisognava aggiungere che il lavoro si stava spostando con lei, tanto che la scuola dove insegnava gli stava letteralmente davanti casa.
    Non c'era bisogno dell'inquisizione per capire che qualcosa non andava: c'erano altre variabili intervenienti in gioco, se così si vuol chiamarle. Ma era altrettanto chiaro che sperare di vincere il posto rimanendo in terza fascia equivaleva a sognare: due fasce di priorità prima di sé, tralasciando la concorrenza interna, significava aspettare l'omaggio dei Re Magi al fortunello di turno.
    Se l'abilitazione non prospettava chi sa quali vantaggi, almeno rendeva sensato sperare in qualcosa, rendendo chiaro quanto rosea fosse la situazione: da quel che si riusciva a capire, il posto fisso lo si sarebbe vinto con una sorta di graduatoria a punteggio, ottenuto con delle sostituzioni di personale fisso ma vacante per i più svariati motivi (maternità, viaggi, malattia ecc.), ed in pratica... Bisognava aspettare e vedere.
    Tralasciando la cugina, ed anche prendendo in considerazioni tutto il territorio nazionale, specialmente in quest'ultimo caso, erano palesi le prospettive di precariato, d'altronde noto e conclamato: finchè si rimaneva nel territorio regionale, si poteva tentare di sforzarsi, facendo il pendolare o magari affittando un immobile, ma sarebbe riuscito a trovare sempre il posto vacante di turno?
    A livello nazionale, se la probabilità di trovarlo era più facile, il discorso paradossalmente si complicava: se il tempo di vacanza non era sufficiente, il gioco non sarebbe valso la candela a livello economico (considerando affitti, cibo e bollette), ed avrebbe richiesto il possesso di discreti capitali, che non aveva.
    In tutto ciò, rimaneva aperta la questione della prima fascia: gli era tutt'ora ignoto come si entrava a farne parte, e sebbene le informazioni a sua disposizione la riportavano come in esaurimento, in qualche maniera non riusciva a non pensare alla questione.
    Riguardo al perchè ignorasse come si entrasse a farne parte, sarà sufficiente rievocare un aneddoto: appena laureato, chiamò l'Ufficio Scolastico Regionale, per informarsi sul funzionamento delle tre fasce. Gli fu spiegato cosa erano le prime due fasce, ma stranamente la prima non fu mai menzionata: nessuno avrebbe considerato come irrilevante conoscere l'accesso alla graduatoria di massima priorità, e chiese quindi spiegazioni sul suo funzionamento.
    Non l'avesse mai fatto: dall'altra parte del telefono gli risposero come se avesse fatto una domanda indiscreta, quasi si trattasse di segreto di Stato. Sentendo ciò, lasciò cadere completamente la questione: il solo tentare di capire era considerata cosa sgradita. Forse in maniera eccessiva, non chiese più a nessuno della questione: anche in quel momento, ignorava come si entrava a far parte di questa classe di privilegiati massimi, forse in esaurimento, unica nota positiva della questione.
     
  4. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #4

    Predefinito

    IV°

    Dal finestrino dell'autobus, notò l'ufficio in cui doveva recarsi: era giunto a destinazione. Nell'altra occasione, si era reso conto che la distanza fra il capolinea e l'ufficio non era eccessiva: circa una mezzora di passeggiata non gli avrebbe arrecato nessun danno.
    Fortunatamente, andò tutto senza intoppi: appena entrato gli chiesero di cosa avesse bisogno, e gli fu risposto che il rilascio dell'attestato era mansione della Segreteria; era sufficiente la carta d'identità, per identificarlo, e la firma, per ricevuta. L'attestato era in mano sua: stringendolo fra le mani, tirò un sospiro di sollievo. Non per la fatica d'esserne entrato in possesso: ma per aver evitato ulteriori spese, e molti viaggi inutili.
    Tutto ciò che riguardava quell'attestato... Non aveva portato a nulla di buono: la prima volta che ne venne a conoscenza, pensò che, neanche trascorsi cinque anni da che si era laureato, il Ministero stava cambiando le carte in tavola. Quando uscì dall'Università, non erano previsti quegli esami per concorrere: e fu solo l'inizio. L'Ufficio Scolastico Provinciale, col senno di poi, gli aveva dato le informazioni più corrette: ma non conoscevano quali esami erano richiesti per il rilascio dell'attestato. Per ulteriore conferma, chiese ad un sindacato: pessima idea, perchè tirarono in ballo tutta una serie di esami che non erano richiesti.
    Lesse su Internet che dei quattro ambiti di esami richiesti, era sufficiente averne coperti tre, con un numero minimo di CFU per ogni ambito, ed a patto che la somma complessiva fosse quella richiesta dal Ministero: su questo punto, di fondamentale importanza (solo per questo era riuscito ad ottenere il rilascio dell'attestato), ci fu una certa fumosità. Inoltre, uno degli ambiti richiesti dal Ministero, sebbene sulla carta richiedesse esami di antropologia, da decreto sembrava essere equipollente con un'altro ambito, che fortunatamente aveva.
    Fino all'ultimo (cioè quando ebbe il foglio tra le mani), per quanto avesse chiesto all'ufficio preposto dell'Ateneo, sentendosi rispondere, quasi colti di sorpresa, che effettivamente era possibile richiedere l'attestato anche a quelle condizioni, fu incerto dell'esito dell'istanza: a cosa sarebbe andato incontro se non aveva i necessari esami per ottenere l'attestato? Nulla di positivo. Avrebbe dovuto sostenere degli esami per i corsi mancanti: ad essere sinceri, l'idea non lo stimolava affatto. Aveva studiato abbastanza all'Università, si era laureato nel minimo del tempo, e con votazione molto alta, 109/110: dover studiare ancora non gli andava a genio – e per colpa di altri? Meglio lasciar perdere.
    Andò a parlare con una scuola privata, che l'Ufficio Scolastico Provinciale gli aveva consigliato, avendo modo di capire la situazione: per i ventiquattro CFU richiesti, il costo era di circa cinquecento euro; peggio ancora se gli fossero serviti singoli esami integrativi, perché avrebbe dovuto seguire i corsi in Ateneo. In entrambi i casi, il tutto avrebbe richiesto parecchio tempo, con alta probabilità che il concorso venisse nel frattempo indetto, e soldi per coprire le spese di locomozione e di conseguimento.
    Per la cronaca, nella scuola privata gli fu detto che, anche conseguiti i ventiquattro CFU, sarebbe dovuto andare al suo vecchio Ateneo per la convalida ed il rilascio dell'attestato: con sincerità sorprendente, gli dissero che l'Ateneo si prendeva il suo tempo in tutti i casi esterni alla propria competenza (più tardi venne a sapere che, oltre a ciò, l'Università chiedeva un ulteriore compenso per ogni esame tenuto extra moenia).
    Per fortuna, tutto questo gli fu risparmiato: non di meno...
    Un numero consistente fra le persone con cui aveva avuto a che fare furono ben contente di tirare in ballo il “Decreto”: secondo loro avrebbe dovuto leggersi personalmente il decreto, sapere la classe di concorso, i CFU necessari e quant'altro. Facile capire che, senza una preparazione giuridica in mano, e con tutta una serie di questioni molto delicate nonché centrali da risolvere, quali l'equipollenza di un ambito con un altro, la possibilità di ignorare un ambito se si avevano un numero sufficiente di esami negli altri tre, non se la sentiva di autoassolversi semplicemente perché “aveva letto il decreto”: sarebbe stato come dire che andava tutto bene, visto che era di questo parere.
    La più probabile spiegazione di questo atteggiamento era l'età giovanile, la poca competenza, e l'assenza di contatti: non era la prima volta che gli capitava. Simili cose accaddero anche a suo padre, quando era giovane: girare a vuoto senza tirare fuori nulla, sentirsi dire che doveva fare lui, sapere lui, muoversi lui. Era chiaro quale fosse la verità.
    Giunse alla conclusione che più passava il tempo, più rischiava di essere fuori dal concorso: se il Ministero avesse di nuovo aggiornato la normativa, sarebbe stato in possesso dei requisiti richiesti?
    C'era ben poco ottimismo nell'aria: scosse la testa, più dubbioso che mai.
     
  5. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #5

    Predefinito



    Il tragitto di ritorno fino al capolinea ferroviario fu tutto in salita, e nonostante il periodo invernale, fece una bella sudata.
    Giunto alla stazione, guardò l'orario per il prossimo treno: come aveva previsto, avrebbe dovuto aspettare all'incirca un'ora prima di ripartire. Si guardò intorno, cercando di capire cosa fare: lo sguardo gli cadde sulle toilettes chiuse della stazione, e su un cartello che il solito bar di rito aveva affisso. “Non abbiamo servizi igenici”
    C'era da chiedersi come si fosse giunti a quel punto.
    Sembrava che tutto stesse per esalare l'ultimo respiro: il servizio ferroviario era tenuto in piedi malgrado tutto, sebbene in forma sostitutiva, ma tutto il resto era cessato (persino la sala d'attesa era stata chiusa, dove tante volte si era seduto, quando era studente); un po' come prima della morte il corpo si concentra su poche funzioni centrali accantonando tutto il resto, pur di garantire la sopravvivenza.
    E probabilmente, in entrambi i casi, la morte sarebbe stata inevitabile.
    Vide delle panchine su cui sedersi: ben ricordava le attese dei treni per essere abbastanza snervanti.
    Si ricordò che nel Centro storico c'era una libreria piuttosto grande: poteva provare a dirigersi lì.
    La strada proseguiva con due curve a gomito, accanto ad un marciapiede alberato, che in quella stagione era pieno di foglie adagiatesi a terra: un cartellone, sul tetto di un edificio, sembrava indicare la presenza di un cinema. Da studente ricordava più volte d'aver visto due porte a scorrimento, chiuse con catena e lucchetto: la situazione non era cambiata affatto. Probabilmente il cinema era andato in disuso molto tempo prima: infondo, aveva vissuto in quella città solo per cinque anni.
    Cosa era accaduto in quelle sale? Quali film erano proiettati? Chi li andava a vedere?
    Tutte domande di cui non conosceva risposta.
    Non potè fare a meno di pensare che la dimensione umana più profonda ed essenziale fra tutte fosse la perdita, e ben più che annichilirsi, nel tempo gli uomini e le cose perdono ragione di sé, emergendo saltuariamente, ormai incomprensibili.
    Superata la seconda curva, vide una rotonda con un giardino al suo interno, ed una statua di Garibaldi: quando era studente non ci aveva prestato molta attenzione, ma si trattava di ben più che un pezzo da museo. Complice il ferro di cui era fatta, emanava un senso naturale di imponenza ed alterità: a differenza di altri casi simili, la statua non esaltava la nazione od il popolo, ma l'individuo. Forse proprio questo si poteva recriminare allo scultore: l'esaltazione di un individuo non è l'esaltazione di uno Stato o di una Nazione, ma era altrettanto vero che uno Stato non si esalta nella grandezza dei suoi cittadini, cosa che quasi tutti i nazionalisti, veri o artefatti che siano, tendono a non capire.
    Lo Stato moderno, territorialmente amplio e di necessità comprendente varie categorie di individui, è perciò stesso qualcosa di irriducibile ad essi, e di natura sostanzialmente astratta: nulla più dell'individuo lo nega, rischiando di favorire faziosità e quant'altro. E' chiaro che l'astrattezza dello Stato trova unica ed adeguata celebrazione di sé in qualcosa di altrettando astratto, o simbolico, come durante le celebrazioni dei caduti, dove viene apposta una corona di fiori davanti al monumento: né il monumento, né i caduti simboleggiano lo Stato, ma proprio quella stessa corona, che comunemente viene scambiata per un semplice ossequio.
    Per come socio-politicamente inteso e geograficamente esteso, lo Stato moderno trova una delle sue migliori esaltazioni nel fuoco sacro di Vesta: qualcosa di troppo astratto ed interiore, ed al contempo poco roboante e magniloquente per essere concepito ed apprezzato; lo Stato, secondo i suoi stessi appartenenti, è uno slogan per attirare l'attenzione oppure l'esaltazione di un individuo, chiunque esso sia.
    Dall'altra parte della strada, l'albergo ed il negozio pre-maman erano ancora lì: del negozio non aveva un ricordo vivo, forse per via dell'orario in cui vi passava, sempre vicino a quello di apertura o chiusura, mentre l'albergo gli era rimasto impresso per un ricordo legato ai facchini, quando vestiti in livrea li vide trasportare le valigie degli ospiti con un portapacchi di notevoli dimensioni, in ferro ottonato.
    Da lì, la strada continuava con un altra curva a gomito, sempre in salita: come quando era studente, poteva vedere un insegna rionale, un tabaccaio e la sede regionale della RAI – e come allora, all'entrata delle scale mobili che doveva prendere per raggiungere il Centro storico c'era la stessa donna anziana che chiedeva l'elemosina.
    Da molto prima del suo periodo universitario, la città si era dotata di un sistema di scale mobili, un po' per favorire la mobilità dei pedoni, un po' per tecnologia: non erano molto belle, ma la loro utilità era innegabile.
    Nonostante avesse percorso per cinque anni quelle scale, non aveva che un solo ricordo legato ad esse: il giorno della laurea specialistica, era venuto assieme ai suoi gentori per la discussione della tesi, e ricordava chiaramente di essersi fatto in fretta tutte le rampe di scale, pieno di nervosismo.
    Se quella non fu l'ultima volta che salì quelle scale, si trattò dell'ultima volta come studente: per quanto ovvio fosse, non se ne era reso conto prima di quel momento, ed il significato di quel ricordo era chiaramente quello.
    Non potè fare a meno di pensare che il passato fosse simile ad un libro, di cui sfogliamo le pagine, che racconta eventi vagamente uniti da un filo conduttore: fino a che punto egli era simile allo studente di cinque anni fa? Se il protagonista a cui questo libro sembrava ruotare intorno esteriormente era press'a poco lo stesso, interiormente era molto cambiato: e solo fino ad un certo punto si poteva parlare di continuità, invece che di salto. Fino a che punto la permanenza della nostra identità nel tempo è reale? Fino a che punto il concetto di sviluppo, interiore, esteriore (od una loro combinazione) può spiegare la vita di un individuo, e forse ancor più il ricordo che questi ha di sé?
     
  6. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #6

    Predefinito

    VI°

    Si ritrovò in una vecchia rocca tardo-rinascimentale: rimase stupito nel vedere che gli spazi interni erano occupati da negozi, e non potè fare a meno di sorridere soddisfatto. L'amministrazione comunale aveva avuto una buona idea.
    Ben ricordava la confusione che provò la prima volta all'interno di quella rocca: pensò di aver sbagliato strada, e l'aspetto lugubre degli spazi, che chiaramente indicavano il loro passato di prigione, lo misero a disagio. Forse le sue preoccupazioni non erano peregrine: come allora, dei cartelli indicavano il Centro storico.
    La parte più alta della città ospitava le sedi regionali delle principali istituzioni: la Banca d'Italia, la Provincia e la Regione. Oltre a questi, i vecchi edifici storici del Centro: la biblioteca che stava cercando si trovava proprio all'interno di uno di essi.
    Grosso modo, era tutto come lo ricordava: al primo piano c'erano le casse e vari libri di natura turistica. Al piano superiore c'erano gli scaffali di narrativa, la parte più grande in assoluto, poi arte e musica, scienze naturali, scienze sociali ed economiche, storia e filosofia.
    Quando era studente, era solito andarci almeno una volta a settimana: per ordinare libri da leggere (e ne aveva fin troppi!); per decidere quali libri comprare; per vedere nuove uscite o dare uno sguardo in giro. Il piacere di stare in una biblioteca consiste proprio nel perdersi nei propri pensieri: nulla di cui stupirsi che si trascorrano ore ed ore fra gli scaffali. I libri infondo hanno un peso solo relativo.
    Rispetto al passato, aveva però notato alcuni cambiamenti: libri nuovi esposti, altri riorganizzati altrove, ma i commessi erano rimasti sempre gli stessi. Guardò per un po' nei vari settori, soprattutto nella sezione di filosofia, come era solito fare quando era studente: ma dopo un primo sguardo superficiale, si ricordò che qualsiasi acquisto sarebbe stato poco proficuo, sia perchè in Internet i costi erano maggiormente competitivi, sia perché, a livello filosofico, era da tempo giunto alla conclusione di possedere tutti i libri che potevano destare il suo interesse.
    Guardò l'orologio: anche considerando il viaggio di ritorno fino alla stazione, aveva ancora molto tempo a disposizione. L'unica cosa che gli venne in mente fu quella di andare alla sua vecchia facoltà, poco distante da lì. Fare delle “vasche”, come si suole dire in questi casi, gli era sembrato sempre ridicolo, ed ancor più se era da solo.
    Uscì dalla libreria ed andò verso la fine del Corso: accanto ad una porta di legno di grosse dimensioni, c'erano dei leoni stiliti. Di solito era presente un cartellone pubblicitario per qualche mostra pittorica ospitata al suo interno: ne ricordava alcune, ma non ebbe mai modo di parteciparvi. Alla fine del Corso, una piazza ospitava una fontana medioevale con dei bassorilievi, raffiguranti tutte le arti cittadine: l'opera risaltava più per la sua coralità, che per la sua bellezza. Se esteticamente non era stupefacente, la fontana dava un senso di armonia e di coralità molto marcato: infondo doveva rappresentare ed esaltare la città nel suo insieme, e più che un interesse artistico, aveva un interesse celebrativo, perfettamente riuscito.
    Dietro di essa, c'era il duomo cittadino, che non aveva mai visitato: di visite turistiche ne aveva fatte poche, ed ai tempi il grosso delle sue preoccupazioni consistè nel portare a termine gli studi, ma quel duomo non gli era mai piaciuto, e la stessa cosa pensò anche in quel momento.
    Maggior gradimento gli suscitò sempre il palazzo comunale, coi suoi gradoni ed i suoi merletti: gli sembrava più naturale rispetto alle sedi magniloquenti della Regione e della Provincia; mentre in quei casi l'intento era di generare timore e rispetto per le istituzioni, nel caso del palazzo comunale sembrava di avere a che fare con un luogo di affari... Cosa perfettamente in linea con la mentalità medioevale del periodo.
    Pochi metri più in là, una piazza ospitava la facoltà di lettere, con la sua biblioteca, in un edificio separato. In passato, specialmente negli ultimi due anni della specialistica, vi aveva incontrato molte volte un suo compagno di corso più grande, mentre fumava una sigaretta all'aria aperta, per riposarsi dallo studio: erano soliti parlare almeno una decina di minuti, principalmente di filosofia o della sua situazione sentimentale del periodo.
    Ebbe quasi la sensazione di vederlo ancora una volta lì, davanti all'entrata della biblioteca: alzò per un attimo la mano per salutare, ma si fermò quasi subito, rendendosi conto che non c'era nessuno che conosceva.
    In passato ricordava nelle vicinanze un palazzo circondato da un ponteggio, in piena ristruttrazione: era diventato un Dipartimento universitario, con aule e studi per i docenti.
    Superati questi edifici, la strada proseguiva restringendosi fin quasi ad un vicolo: era giunto alla sua vecchia facoltà.
    Come allora, il portico sottostante era circondato da una recinsione di profilati metallici: appena la intravide, non potè fare a meno di volgere lo sguardo verso l'interno. Scorse un tavolo e delle sedie: lì erano soliti sedersi lui e gli amici con cui aveva stretto maggiore conoscenza all'Università, ma fra le poche persone presenti non riconobbe nessuno.
    Superato il cancello, entrò nell'edificio. Le bacheche erano vuote, e nessuna circolare o comunicazione era stata affissa.
    Per i corridoi non c'era nessuno: le aule erano chiuse ed illuminate; evidentemente era orario di lezione. Nonostante le apparenze, la facoltà stava chiaramente morendo: l'accorpamento che portò agli attuali Dipartimenti aveva significato la fine di una Facoltà già in declino.
    Girovagò un po', attirato dai poster dei convegni e dalle targhe degli studi dei professori: nell'organico, grosso modo poco era cambiato; l'unica eccezione era il professore con cui aveva sostenuto la tesi, la cui targa era stata sostituita con un nome non sconosciuto.
    Riecheggiò nella sua mente un volto, qualche conversazione, ed un'osservazione di un suo stretto amico di allora: il cognome era lo stesso di un docente universitario fuori regione, ed era probabile che fossero padre e figlio, o almeno parenti, vista la familiarità con cui parlavano fra di loro.
    Non era certo la prima volta in cui aveva assistitito a qualcosa del genere: al primo anno di Università, vide coi suoi occhi uno studente dell'ultimo anno aprire e chiudere abitualmente lo studio di un professore, avendone le chiavi.
    Di certo si trattava di persone che avevano un futuro.
     
  7. L'avatar di Ultima

    Ultima Ultima è offline PrincipianteMessaggi 123 Membro dal Dec 2020 #7

    Predefinito

    VII°

    Per tutto il tempo ebbe una forte sensazione, frammista di solitudine e spaesamento, che non riuscì a comprendere a pieno: più che nostalgia o rimpianto, sembrava mancanza di qualcosa...
    Guardò l'orologio: era tardi, doveva ritornare alla stazione.
    Uscendo, incontrò una delle professoresse con cui aveva sostenuto un esame: non lo riconobbe affatto.
    Per strada, provò ancora una sensazione di straniamento, quasi non fosse la stazione il luogo in cui doveva andare: gli sembrò ancora che mancasse qualcosa.
    I suoi più stretti compagni di Università, come i compagni di dormitorio, nonostante alcuni goffi tentativi da parte sua di rimanere in contatto, non li sentiva da cinque anni: aveva capito da molto tempo che ognuno aveva preso la propria strada nella vita. Ne rimaneva traccia solo nei suoi ricordi.
    I rapporti umani sono fragili e situazionali: spesso basta allontarsi per far sì che tutto cessi rapidamente, senza lasciarne traccia.
    Era colpa sua se le cose erano finite così? Non aveva fatto abbastanza? Non aveva tenuto abbastanza agli altri? Stava davvero raccogliendo quel che aveva seminato?
    Si guardò intorno, ma la città manteneva il suo silenzio.
     
  8. erik555 erik555 è offline BannedMessaggi 6,086 Membro dal Oct 2012
    Località una grande città in mezzo alla pianura
    #8

    Predefinito

    Da quanto scrivi per curiosità ? Diciamo che quest’altro scritto procede con un passo più da romanzo che da racconto e tu come il tuo protagonista stai salendo faticosamente infinite scale...attenta a non sfiancarti!
    Ami le descrizioni e le riflessioni, non c’é dubbio, finalmente lasci un po’ da parte gli orologi, il tempo, cioè lasci che sia la successione degli avvenimenti a dare l’idea del trascorrere del tempo. Dal primo racconto a questo si nota il tuo genuino impegno.
    Diciamo che l’insieme sta uscendo discretamente: si nota una “ricerca” ed un gusto nella descrizione che non tutti posseggono né sanno adoperare anche se... tendi ad indulgervi...
    Ci si attende ora che il tuo protagonista, nel suo peregrinare sia lì per fare un incontro, un incontro decisivo per la sua giornata, la sua esistenza e...per l’economia del romanzo...perciò...buon lavoro!
    Ultima likes this.